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CIRCOLO AZIONE UNIVERSITARIA MACERATA

 

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Università:
una riforma che non vale uno Zecchino

 

Anatomia di un fallimento

L'Italia si prepara ad affrontare l'era della globalizzazione con strumenti inadeguati. Nel momento in cui la competizione su scala mondiale si gioca non sul possesso delle materie prime, ma sul possesso della conoscenza, l'università si rivela del tutto inadeguata a selezionare e preparare classe dirigente. Gli atenei italiani non sono in grado di assicurare la trasmissione del sapere inteso come unicum di cultura e know-how, penalizzati da una rigidità che negli anni ha annullato qualsiasi esercizio critico e dialettico. Pluralismo e libertà, insomma, nelle nostre accademie restano i grandi assenti. A fornire un quadro esatto della situazione, al di là dei commenti, sono le cifre. Su cento studenti che si iscrivono all'università, solo trenta riescono a laurearsi e, tra questi ultimi, non più di tre o quattro senza andare fuori-corso. Le percentuali italiane dei diplomati e dei laureati sul totale della popolazione è una delle più basse d'Europa. Dietro di noi solo la Spagna, la Turchia e il Portogallo. La nostra percentuale è del 34%; la Germania raggiunge l'84%. Scarsissima inoltre, secondo le rilevazioni Istat, la quota del Pil destinato alla ricerca scientifica. I dati da soli la dicono lunga sulle capacità competitive del sistema-Italia e sull'efficienza della nostra università.

 

1. Quale autonomia?

E' tempo di riforme quindi, di interventi capaci di far fare un salto di qualità agli atenei del nostro Paese. Non basta, come hanno fatto Berlinguer prima e Zecchino poi, propagandare l'autonomia universitaria come soluzione di tutti i problemi. L'autonomia gestionale e amministrativa delle università servirà certamente a snellire la burocrazia e a ridare capacità competitiva ai nostri istituti, ma sarà del tutto inutile fino a quando non ci sarà autonomia nelle università. La differenze, ovviamente è sostanziale. Autonomia nell'università significa maggiore libertà all'interno degli atenei: libertà culturale, libertà di ricerca, libertà, per l'ateneo di articolarsi al meglio con enti locali, istituzioni, centri di ricerca e con tutti quei soggetti in generale capaci di investire risorse e intelligenze per la modernizzazione dell'università.
Anche negli atenei italiani, insomma, è tempo di applicare compiutamente quel principio di sussidiarietà capace di superare uno statalismo anacronistico e incapace di dare ormai risposte alla necessità di ridare slancio e competitività internazionale al sapere "made in Italy".

 

Una riforma che nasce male

 

2. Che bella concertazione!

Da qualche tempo ormai è stato approvato dalle Camere il Regolamento in materia di autonomia didattica degli atenei. A più livelli si erano organizzati una serie di dibattiti ed incontri nelle sedi universitarie italiane e di audizioni nelle sedi Parlamentari che dovevano servire all'acquisizione dei pareri allo scopo di emendare, possibilmente migliorandolo, il regolamento in questione. Ma il ministro per la Ricerca scientifica e la maggioranza di governo dopo aver assicurato che avrebbero tenuto in considerazione gli apporti esterni, compreso quello dei Rettori, hanno prima depositato e poi approvato, uno schema completamente diverso in alcuni punti sostanziali, rispetto a quello che era emerso.
Alcuni hanno visto tra le pieghe della riforma elaborata da Zecchino e dai suoi tecnici alcune risposte alle richieste di Au. La serialità dei corsi, ovvero il percorso unico formativo con più vie d'uscita, infatti, è una bandiera storica delle battaglie del Fuan prima e di Azione universitaria poi. Ma attenzione, sotto questo aspetto i contenuti della riforma del ministro sono solo un ammiccamento alla Destra, e il trucco è facile da scoprire. La proposta di Au, prevedeva una disposizione in serie del diploma universitario e della laurea vera e propria. Due anni di corso, quindi, per ottenere il diploma universitario o "laurea breve", altri due o tre per la laurea vera e propria. Zecchino invece ha "facilitato" le lauree sostituendole ai diplomi universitari: in tre anni quindi, si può ottenere una laurea, con altri due la specializzazione, il tutto con evidente scadimento della qualità del titolo conseguito.

 

3. Programmi mastodontici per dottori "leggeri"

Una delle differenze sostanziali fra il sistema universitario italiano e quello degli altri Stati europei consiste proprio nella diversa qualità della preparazione che si raggiunge durante il corso di studi. Se da una parte è vero che lo studente italiano è più versatile e capace di adattarsi con meno difficoltà alle variazioni, dall'altra parte è anche vero che lo studente europeo ha una preparazione immediatamente spendibile perché si è limitato ad apprendere le nozioni essenziali e necessarie allo svolgimento della professione. Queste nozioni inoltre sono spesso accoppiate a periodi di stage ed esperienze lavorative in laboratori, industrie, ditte ed enti convenzionati con le università.
Vi è inoltre una differenza nel contenuto dei programmi italiani rispetto a quelli stranieri; mastodontici e ripetitivi i nostri, pratici e snelli quelli tedeschi, francesi ed inglesi. Questo naturalmente condiziona anche i dati riguardanti il numero di universitari che abbandona gli studi ponendo l'Italia in testa alle classifiche, fra gli Stati meno "scolarizzati".
Il problema della "mortalità" studentesca in alcuni Atenei raggiunge dimensioni disarmanti imponendo delle risposte alla domanda più frequente che in questi casi si formula: quali sono gli ostacoli incontrati dagli studenti che non si riesce a superare, scegliendo così di abbandonare gli studi? Innanzitutto la scarsa, o in alcuni casi anche assoluta, mancanza di assistenza da parte dei docenti. Troppe volte il docente è assente a causa dei suoi impegni di ricerca, istituzionali (nel caso di politici o rappresentanti in enti, consigli d'amministrazioni d'aziende ecc.) o, peggio ancora, di quelli professionali. Ecco perché da anni noi chiediamo la riforma dello status della docenza che regolamenti gli impegni didattici assunti. Anche qui Zecchino ammicca a Destra, promette interventi e giri di vite che hanno il solo effetto di indisporre una classe docente demotivata, ma di fatto non risolve il problema.
Sarebbe stato opportuno prevedere una forma di controllo sull'operato del corpo docente visto che troppe volte si è assistito a soprusi esercitati nei confronti degli studenti impotenti di fronte tali eventi. Il controllo della qualità dell'insegnamento e dei metodi utilizzati, confrontando anche i risultati che la medesima classe di studenti consegue sostenendo diversi esami, permetterebbe una maggiore partecipazione alla vita di facoltà dalla quale spesso si allontana lo studente che manifesta scarsa propensione nei confronti delle attività collaterali a quelle ritenute classiche (lezioni, studio, esami).
L'elevato numero di studenti fuori corso, l'eccessiva durata dei corsi di studio, la mortalità studentesca, sono problemi che si risolveranno soltanto quando si deciderà seriamente di mettere mano ai programmi in maniera seria e globale.

 

4. Una laurea a…credito

Da qualche tempo è in circolazione uno schema di decreto ministeriale riguardante la "determinazione delle classi delle lauree universitarie". In attuazione all'art. 10 c. 1 del regolamento sull'autonomia didattica, tale schema di decreto determina gli obiettivi formativi qualificanti dei corsi di laurea (di 1° livello) e le attività formative indispensabili per conseguirli. Leggendo tale documento, peraltro molto confuso, ci si rende conto in che condizioni di precarietà verserà l'università italiana.
Allo stato attuale ciascuno studente consegue il titolo in un periodo di tempo quasi raddoppiato rispetto a quello legale previsto dagli ordinamenti. Questo è già sufficiente a porre lo studente italiano in una posizione di svantaggio rispetto ai propri colleghi europei i quali possono entrare a competere nel mondo del lavoro molto prima facendo così valere il vantaggio temporale acquisito.
Il regolamento "secondo Zecchino" prevede determinati limiti prestabiliti ed invalicabili per quanto riguarda il carico didattico che ciascuno studente deve sopportare. Si ritiene infatti che per conseguire il titolo di studio siano necessari un numero di crediti variabili da 240 a 300 in funzione della facoltà di appartenenza e che ciascun anno di corso abbia un carico didattico pari a 60 crediti intendendo l'impegno a cui ciascun studente deve far fronte tra ore di lezione, di studio individuale e ore necessarie all'espletamento di ogni altro tipo di attività formativa prevista.
Secondo quanto approvato, ad ogni credito corrisponderebbero circa 25 ore di lavoro per studente. Utilizzando dunque questi parametri, quanti crediti avrebbero al giorno d'oggi gli studenti che seguono e studiano normalmente in qualsiasi università italiana? Sicuramente si supererebbero abbondantemente i limiti suggeriti dal Regolamento facendo così risultare lo studente sottoposto ad un carico didattico oltremodo esagerato. Ecco perché uno dei motivi di contestazione verte proprio attorno la diminuzione, lo snellimento e l'attualizzazione dei programmi.
In merito all'introduzione dei crediti, ritenuta nonostante tutto necessaria, si fa notare un altro elemento che porterà sicuramente ad inutili discriminazioni fra studenti. Secondo infatti quanto dettato al comma 6 dell'articolo 5 ciascun ateneo può prevedere il numero minimo di crediti da acquisire da parte dello studente in tempi predeterminati. Ciò significherebbe avere uno studente perfettamente in regola in un determinato ateneo ed invece in debito formativo, pur avendo lo stesso numero di crediti, in un altro ateneo.
Preoccupante, inoltre, il criterio di ripartizione del fondo di riequilibrio nazionale, che finora è stato ridistribuito premiando le università più "produttive" in termini di laureati annui. Questa libertà lasciata ai Regolamenti didattici degli Atenei rischia di generare un appiattimento verso il basso, una dequalificazione delle lauree concesse con grande generosità da alcuni atenei per non rimanere estromessi dalla assegnazione dei fondi. L'autonomia degli Atenei ci deve essere ma nella giusta misura, al fine di non generare disparità di trattamenti su scala nazionale.

 

5. "No" al vecchio, ma anche al "nuovismo"

La Destra universitaria da tempo, in assoluta solitudine aveva lanciato l'allarme. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di una ristrutturazione globale del sistema accademico. Le critiche alla riforma del governo D'Alema, quindi, non possono essere interpretate come la volontà di perpetuare il vecchio sistema. E' chiaro però che gli interventi sugli atenei devono essere fatti tenendo ben presente la storia e la specificità dell'università italiana. Storia di ricerca e di cultura, di libertà e di qualità. Con la riforma Zecchino si rischia di creare atenei senz'anima, fabbriche di lauree con bonus e crediti ispirati soltanto ad una logica economicistica da secolo scorso.
Alcuni segnali dati dalla riforma ministeriale possono essere spunti interessanti, ma nel provvedimento governativo restano solo abbozzati. Riguardo, ad esempio, alla stretta connessione degli studi universitari con le scuole medie superiori si apprezza l'idea di creare uno strumento che faccia da deterrente a tutti coloro i quali si iscrivono senza avere la consapevolezza degli studi che dovranno affrontare. Il sovraffollamento dei corsi e delle strutture è uno dei mali storici delle università italiane.
Si fa notare altresì che la maggior parte degli studenti che decide di ritirasi proviene da studi superiori che hanno una scarsa connessione con la loro scelta universitaria. Si porta un esempio per tutti: secondo le statistiche l'80% degli studenti iscritti alle facoltà di Lettere e Filosofia che decide di abbandonare gli studi proviene da scuole tecniche che quindi non gli hanno fornito le basi necessarie a comprendere le materie universitarie da affrontare.
Pur condividendo l'intenzione del ministero, si boccia il metodo. Zecchino infatti introduce una sorta di numero chiuso anche alle facoltà che fino ad ora non sono state colpite dagli standard richiesti dalla Comunità Europea, con la conseguente introduzione delle limitazioni negli accessi secondo metodi di esami peraltro alquanto discutibili.
Piuttosto che l'introduzione di un esame vincolante per la successiva iscrizione a quel dato corso di studio, sarebbe stato più opportuno introdurre, come è già stato fatto in alcuni atenei, un esame che ha la finalità di dare un indirizzo sul livello di preparazione di base in possesso del candidato.
La manovra ministeriale, invece, sembra piuttosto una netta indicazione verso l'introduzione del numero programmato in tutte le facoltà.

 

6. Università e Ordini professionali

Nella Riforma non si fa nessun accenno al problema del valore legale del titolo di studio. Da qualche anno circola negli ambienti parlamentari una proposta di riforma degli Ordini Professionali che dovrebbe di conseguenza ripercuotersi anche negli insegnamenti universitari. Fino ad ora l'unica certezza è legata all'esistenza degli Ordini Professionali che pare non saranno più sciolti anche se comunque dovranno essere radicalmente rinnovati. In questo contesto si inserisce una riforma della didattica che continua a mantenere il clima di incertezza intorno a tali problemi e lasciando all'immaginazione di ognuno il percorso che bisognerà seguire per l'abilitazione all'esercizio delle professioni.

 

7. Infine…

In definitiva si ritiene che tale Regolamento abbia dei lati positivi (pochissimi), e dei lati negativi che è auspicabile vengano ridiscussi, magari nelle sedi in cui sono presenti anche le rappresentanze studentesche. Il fine ultimo deve essere la realizzazione di una Università intesa come incontro tra docenti e discenti, uniti dalla comune volontà di trasmettere il sapere e allargare gli orizzonti della ricerca. La competitività del sistema-Italia, la credibilità del Paese in ambito internazionale dipendono soprattutto da questo.

 

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